La schiavitù nella storia dell’Islam: tratte, mercati e abolizione

La schiavitù nella storia dell’Islam non fu una parentesi marginale della storia musulmana né un residuo preislamico che la nuova religione avrebbe progressivamente eliminato. Per oltre un millennio il possesso di esseri umani rimase giuridicamente lecito e socialmente praticato in società governate da musulmani, dal Medio Oriente al Nord Africa, dall’Africa subsahariana all’India, dall’Asia centrale all’Oceano Indiano. Guerre, razzie e reti commerciali alimentarono mercati nei quali uomini, donne e bambini potevano essere catturati, acquistati, venduti e utilizzati come domestici, lavoratori, soldati, eunuchi o concubine.

L’Islam non abolì la schiavitù: la incorporò nel proprio sistema religioso e giuridico, riconoscendone la legittimità. Il Corano riconosce la proprietà servile; la Sunna mostra Maometto e i primi musulmani mentre catturano prigionieri, distribuiscono persone come parte del bottino, comprano e vendono schiavi; il fiqh classico stabilì chi potesse essere ridotto in schiavitù, come uno schiavo potesse essere acquistato, venduto, ereditato o liberato e a quali condizioni il padrone potesse avere rapporti sessuali con una schiava. La documentazione normativa è analizzata nell’approfondimento Islam e schiavitù: cosa dicono Corano, Sunna e fiqh. Qui interessa seguirne la storia concreta.

William Gervase Clarence-Smith riassume il quadro con particolare chiarezza: nella tradizione giuridica islamica la servitù personale era permessa e regolata dalle fonti religiose e dalla giurisprudenza, mentre la legittimità stessa della schiavitù cominciò a essere sottoposta a una contestazione abolizionista sistematica soltanto nell’età moderna. Si veda William G. Clarence-Smith, “Debt and the Coercion of Labour in the Islamic Legal Tradition”.

La questione storica è che una religione presentata come rivelazione definitiva di Dio riconobbe la schiavitù, i suoi giuristi la regolamentarono per secoli e il pensiero islamico arrivò a confrontarsi sistematicamente con la proibizione universale della proprietà servile soltanto nell’età moderna.

Indice dell’articolo

Espansione, guerre e traffici

Forme e territori della schiavitù

Abolizione e reinterpretazioni moderne

Schiavitù nell’Islam: conquiste e approvvigionamento umano

L’espansione islamica del VII e VIII secolo creò un enorme spazio politico che collegava Arabia, Siria, Mesopotamia, Persia, Egitto, Nord Africa, penisola iberica e Asia centrale. La guerra produceva prigionieri e bottino, mentre la crescita di città, corti, eserciti e grandi patrimoni alimentava la domanda di manodopera servile. A questa fonte diretta si aggiungevano reti commerciali capaci di portare schiavi da territori situati molto oltre i confini dei califfati.

La Cambridge World History of Slavery dedica alla schiavitù del Medio Oriente islamico fra circa il 600 e il 1000 uno studio specifico, documentando una realtà sociale stabile e multiforme. Gli schiavi potevano provenire dall’Africa, dall’Europa orientale, dal Caucaso, dall’Asia centrale e dalle frontiere militari. Si veda Matthew S. Gordon, “Slavery in the Islamic Middle East (c. 600–1000 CE)”.

Le reti servili dirette ai mercati islamici si estendevano attraverso Africa, Europa e Asia, alimentate da guerre, razzie e compravendite di esseri umani.

Gli Ṣaqāliba: europei venduti nei mercati islamici

Uno dei casi meglio documentati dell’alto Medioevo riguarda gli Ṣaqāliba, termine utilizzato dalle fonti arabe soprattutto per popolazioni slave e dell’Europa centro-orientale. Marek Jankowiak ha mostrato come fonti scritte, archeologia e circolazione dei dirham islamici consentano di ricostruire reti che trasportavano persone verso i mercati del mondo musulmano durante l’alto Medioevo. Si veda Marek Jankowiak, “What Does the Slave Trade in the Saqaliba Tell Us about Early Islamic Slavery?”.

La domanda dei mercati islamici arrivava quindi fino al cuore dell’Europa. Gli europei catturati o acquistati potevano attraversare reti commerciali internazionali e finire nelle case, nelle corti, negli eserciti e negli apparati amministrativi delle società musulmane.

La tratta transahariana: secoli di esseri umani attraverso il deserto

Il Sahara fu per secoli una delle grandi arterie del commercio servile. Rotte carovaniere collegavano il Sahel e l’Africa occidentale a Marocco, Algeria, Tunisia, Libia ed Egitto. Oro, sale, tessuti e altre merci percorrevano quelle vie insieme a uomini, donne e bambini trasformati in proprietà commerciabile.

Mappa delle principali rotte della tratta transahariana degli schiavi verso il Nord Africa
Principali rotte transahariane che collegavano il Sahel e l’Africa subsahariana ai mercati del Nord Africa, dal Marocco all’Egitto.

 

Rudolph T. Ware III, nella Cambridge World History of Slavery, riassume la dimensione storica del fenomeno: fra XV e XVIII secolo milioni di persone vissero e morirono come schiavi nelle società musulmane africane. L’importanza economica, politica e sociale della schiavitù aumentò ulteriormente fino a raggiungere dimensioni senza precedenti nell’Ottocento. Si veda Rudolph T. Ware III, “Slavery in Islamic Africa, 1400–1800”.

La cronologia contraddice direttamente il racconto di una schiavitù islamica destinata a spegnersi progressivamente per effetto delle proprie norme religiose. Nell’Ottocento, in vaste regioni musulmane africane, l’istituzione non stava scomparendo: stava ancora espandendosi.

I jihad ottocenteschi e l’espansione della schiavitù

L’Africa musulmana dell’Ottocento offre uno dei contrasti più netti con la teoria della “graduale abolizione islamica”. Paul E. Lovejoy documenta come le guerre religiose e i jihad che dal 1804 trasformarono vaste regioni della savana settentrionale produssero nuovi Stati nei quali la schiavitù assunse un ruolo centrale nell’economia e nell’organizzazione politica.

Lovejoy stima circa 1,65 milioni di schiavi trasferiti verso nord attraverso Sahara e Mar Rosso durante il XIX secolo, mentre milioni di altre persone vennero ridotte in schiavitù e mantenute all’interno dei nuovi Stati. Gli schiavi furono impiegati nella produzione agricola, nell’amministrazione, negli eserciti e in altre attività. Si veda Paul E. Lovejoy, “Slavery in the Savanna during the Era of the Jihads”.

Mentre l’abolizionismo acquistava forza nel mondo occidentale, importanti società islamiche africane continuavano dunque a produrre nuovi schiavi attraverso la guerra e a costruire su di essi parte della propria economia. È l’opposto di una lenta estinzione spontanea dell’istituzione.

Mar Rosso e Oceano Indiano: una tratta durata fino all’età contemporanea

Un altro grande sistema collegava Corno d’Africa, Africa orientale e valle del Nilo con Arabia, Egitto, Golfo Persico, Iran, India e altre regioni dell’Oceano Indiano. Queste reti erano anteriori all’Islam, ma per molti secoli furono alimentate dalla domanda delle società musulmane e integrarono gli schiavi nelle economie dell’Arabia e del Medio Oriente.

L’Oxford Research Encyclopedia of African History stima, pur sottolineando le lacune documentarie delle epoche più antiche, poco meno di 2,5 milioni di esportazioni servili attraverso il sistema del Mar Rosso fra circa l’800 e il 1900. Circa mezzo milione apparterrebbero al solo XIX secolo. Si veda “Red Sea Slave Trade”.

Schiavi dell’Africa orientale liberati da un dhow dalla HMS Daphne nel 1868
Persone schiavizzate dell’Africa orientale liberate da un dhow dalla HMS Daphne il 1° novembre 1868, durante le operazioni britanniche contro la tratta nell’Oceano Indiano. La fotografia documenta quanto il traffico servile fosse ancora concreto nella seconda metà dell’Ottocento. Fonte: The National Archives, FO 84/1310.

 

La fotografia della Daphne rende concreta la cronologia: nel 1868 uomini, donne e bambini continuavano a essere trasportati sulle rotte servili dell’Africa orientale. Non si trattava di una pratica medievale ormai estinta, ma di un commercio ancora abbastanza attivo da essere oggetto di operazioni navali di repressione.

Gli Zanj e la grande rivolta nell’Iraq abbaside

Fra l’869 e l’883 l’Iraq meridionale fu sconvolto dalla rivolta degli Zanj, uno dei maggiori conflitti sociali dell’età abbaside. Le fonti collegano il movimento a popolazioni servili e lavoratori, numerosi dei quali africani, presenti nella regione di Bassora e impiegati nelle difficili aree agricole e paludose della Mesopotamia meridionale.

La ribellione, protrattasi per quattordici anni contro gli eserciti abbasidi, documenta l’ampiezza delle tensioni sociali in una regione nella quale popolazioni servili erano impiegate anche in lavori agricoli particolarmente duri. Si veda “The landscape of the Zanj Rebellion?”.

Il caso rende inoltre insostenibile l’immagine secondo cui la schiavitù nelle società islamiche sarebbe stata essenzialmente una forma benevola di servizio domestico. Il mondo musulmano conobbe anche sfruttamento collettivo e lavoro servile in condizioni estremamente dure.

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L’Egitto del XIX secolo: concubine, domestici, soldati e lavoratori agricoli

L’Egitto ottocentesco documenta la varietà dello sfruttamento servile in piena età contemporanea. Gabriel Baer mostra che le donne circasse erano soprattutto presenti negli harem delle élite turche, mentre donne abissine erano frequentemente utilizzate come concubine; schiavi africani di entrambi i sessi svolgevano servizio domestico presso diversi strati della popolazione.

Gli schiavi neri non erano però confinati alle case. Furono utilizzati come soldati dai governanti egiziani e anche come lavoratori agricoli nelle proprietà della famiglia di Muḥammad ʿAlī e altrove nell’Alto Egitto, nonché in determinati periodi nel Basso Egitto. Baer stima che nel corso del XIX secolo vi fossero in Egitto, in diversi momenti, almeno 30.000 schiavi e probabilmente molti di più. Si veda Gabriel Baer, “Slavery in Nineteenth Century Egypt”.

Il Cairo era un importante centro commerciale. Schiavi bianchi giungevano dal Caucaso e dalla regione del Mar Nero; africani arrivavano attraverso Sudan, Darfur, Kordofan, Etiopia e altre reti. Eve M. Troutt Powell ha inoltre ricostruito le vicende di persone schiavizzate tra Egitto, Sudan e Impero ottomano ancora nella fase tarda dell’Ottocento. Si veda Eve M. Troutt Powell, Tell This in My Memory.

Non si trattava di una sopravvivenza clandestina e marginale, ma di un sistema commerciale e sociale ancora funzionante nel XIX secolo.

Castrazione ed eunuchi: mutilare per creare una merce richiesta

Fra gli aspetti più brutali delle reti servili dirette verso corti e harem vi fu la domanda di eunuchi. Ragazzi schiavizzati venivano castrati prima della vendita; l’operazione comportava gravi rischi fisici, conseguenze permanenti e un’elevata mortalità. I sopravvissuti potevano essere venduti a prezzi elevati, rendendo la mutilazione una componente economicamente remunerativa della tratta.

La richiesta di eunuchi nelle corti e negli harem alimentava così una forma di sfruttamento servile che comportava la mutilazione permanente di ragazzi catturati o acquistati.

Il rischio di morte legato alla castrazione e la funzione degli eunuchi nei sistemi servili sono documentati anche da Gulistan in Black and White, American Historical Review, 2024, e da Jane Hathaway, “Eunuchs”, Oxford Research Encyclopedia of African History, 2024.

Mamelucchi: quando lo schiavo poteva arrivare al potere

La schiavitù militare fu una caratteristica importante di numerosi Stati musulmani. Giovani acquistati o catturati venivano addestrati alle armi e vincolati al sovrano. Da questi sistemi derivò il fenomeno dei mamlūk, letteralmente “posseduti”. Nel XIII secolo gruppi di origine servile arrivarono perfino a conquistare il potere in Egitto e Siria.

L’esistenza di schiavi divenuti generali, dignitari o sultani viene talvolta utilizzata come argomento per sostenere che quella islamica non fosse realmente schiavitù. È una confusione fra carriera successiva e condizione originaria. Che una persona acquistata potesse essere successivamente emancipata e diventare potente non modifica il fatto che fosse entrata nel sistema come proprietà di qualcun altro.

La Cambridge World History of Slavery analizza specificamente il fenomeno in “Slavery in the Mamluk Sultanate”.

La schiavitù nell’India islamica

La storia della schiavitù musulmana non si limita al mondo arabo, africano e ottomano. La Cambridge World History of Slavery dedica uno studio specifico alla schiavitù militare dell’India settentrionale fra circa il 1000 e il 1500. Guerra, cattura e reclutamento servile accompagnarono la formazione di diversi Stati islamici della regione.

Il possesso umano poteva quindi diventare parte dell’organizzazione militare e politica dello Stato, non un elemento periferico sopravvissuto ai margini della società.

Marocco: l’esercito nero di Mawlay Ismaʿil

La storia marocchina offre un caso particolarmente duro. Chouki El Hamel ha ricostruito il progetto servile del sultano Mawlay Ismaʿil fra XVII e XVIII secolo. Il sovrano ordinò ai propri funzionari di acquisire persone nere e di ridurre in schiavitù anche Haratin che erano liberi o ex schiavi.

Il progetto violava perfino un limite fondamentale del diritto islamico: non era lecito schiavizzare musulmani liberi. La decisione provocò infatti un duro conflitto con gli ulema. Furono creati registri e categorie destinate a giustificare l’asservimento e si sviluppò un’associazione sempre più stretta fra nerezza e status servile. Si veda Chouki El Hamel, “The Register of the Slaves of Sultan Mawlay Ismaʿil of Morocco”.

Lo Stato di Mawlay Ismaʿil costruì così un vasto apparato servile, assoggettando anche persone che il diritto islamico considerava libere.

L’Impero ottomano: milioni di persone nel sistema servile

L’Impero ottomano, la maggiore potenza musulmana per gran parte dell’età moderna, offre una documentazione particolarmente ricca. Gli schiavi erano presenti nelle case, nei palazzi, nell’amministrazione, nelle forze armate e nelle attività produttive. Le fonti di approvvigionamento mutarono nei secoli: Europa orientale, Mar Nero, Caucaso e Africa alimentarono il mercato ottomano.

Trevor Burnard riassume dimensioni impressionanti: fra XVI e XVIII secolo circa due milioni di persone furono prelevate dalla steppa ucraina e circa 1,5 milioni dall’area mediterranea verso territori ottomani. Nel XVIII e XIX secolo Caucaso e Africa divennero fonti sempre più importanti. Si veda Trevor Burnard, Writing the History of Global Slavery.

La stessa ricerca documenta la durezza della schiavitù ottomana, in particolare i maltrattamenti subiti dalle donne impiegate nel servizio domestico fuori dagli ambienti delle élite, e l’assenza per secoli di un movimento abolizionista paragonabile a quello sviluppatosi in Occidente.

La documentazione giudiziaria mostra inoltre cause frequenti nelle quali persone sostenevano di essere state schiavizzate illegalmente. Combattere l’asservimento illegale di una persona che avrebbe dovuto essere libera non equivaleva però a combattere la schiavitù. Il tribunale stabiliva chi potesse essere legittimamente posseduto e chi no; la proprietà servile in sé rimaneva riconosciuta.

Madeline C. Zilfi ha documentato il ruolo centrale della schiavitù femminile nell’Impero ottomano del XVIII e XIX secolo e il rapporto fra genere, possesso e organizzazione sociale. Si veda Madeline C. Zilfi, Women and Slavery in the Late Ottoman Empire.

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Il devşirme: bambini cristiani prelevati dallo Stato ottomano

Uno dei fenomeni più caratteristici dell’Impero ottomano fu il devşirme, tradizionalmente chiamato “tributo di sangue”. Ragazzi provenienti dalle popolazioni cristiane soggette all’Impero venivano periodicamente prelevati e trasferiti nell’ambiente turco-islamico per essere destinati al palazzo, all’amministrazione e soprattutto al sistema militare dei giannizzeri.

V. L. Ménage, discutendo il fondamentale studio di Basilike Papoulia, riassume il sistema come rimozione forzata dei bambini cristiani dal loro ambiente etnico, religioso e culturale e loro trasferimento nell’ambiente turco-islamico affinché servissero il sultano, il palazzo, l’esercito e lo Stato. Nella definizione analizzata da Ménage, quei ragazzi erano destinati a servire il sultano come schiavi o liberti e a costituire parte della classe dirigente. Si veda V. L. Ménage, “Some Notes on the Devshirme”.

Alcuni di quei ragazzi raggiunsero successivamente i massimi livelli dell’Impero. Ma un bambino non cessa di essere stato prelevato coercitivamente dalla propria famiglia perché da adulto riesce a diventare comandante o gran visir. La mobilità sociale successiva non cancella il meccanismo originario.

Il devşirme presenta inoltre una tensione giuridica significativa: i cristiani dhimmi sottoposti al dominio ottomano avrebbero normalmente dovuto godere di protezione dall’asservimento. Lo Stato ottomano sviluppò quindi un sistema capace di oltrepassare perfino alcuni dei limiti che la stessa tradizione giuridica islamica poneva alla schiavizzazione.

Donne, concubinaggio e schiavitù femminile

In molte tratte dirette verso società musulmane la domanda di donne fu particolarmente importante. Servizio domestico, harem e concubinaggio costituivano destinazioni frequenti. Zilfi ha mostrato quanto la schiavitù femminile fosse centrale nella società ottomana; Troutt Powell ha ricostruito le esperienze di persone trafficate fra Africa nordorientale, Egitto e Impero ottomano.

La dimensione sessuale della schiavitù non fu un abuso clandestino contrario al diritto islamico. Il fiqh classico riconosceva il concubinaggio servile. Il collegamento fra guerra, cattura e accesso sessuale alle prigioniere emerge dalle stesse fonti canoniche: il caso di Corano 4:24 e delle donne catturate ad Awṭās è analizzato nell’approfondimento sulle prigioniere di guerra e Corano 4:24.

La biografia tradizionale di Maometto fornisce inoltre esempi concreti di donne la cui sorte viene determinata dalla conquista e dal possesso. La vicenda di Ṣafiyya bint Ḥuyayy nasce dalla conquista di Khaybar, dalla prigionia e dall’assegnazione servile prima della sua liberazione e del matrimonio con Maometto. Il caso di Māriya la Copta conduce direttamente al problema della schiava-concubina e del milk al-yamīn.

Una donna giuridicamente posseduta non si trova nella stessa posizione di una donna libera che sceglie il proprio partner e contrae matrimonio. La subordinazione sessuale derivante dalla proprietà servile appartiene alla struttura stessa dell’istituzione.

Corsari barbareschi: europei catturati e venduti nel Nord Africa

Fra XVI e XIX secolo Algeri, Tunisi, Tripoli e il Marocco furono importanti centri della schiavitù mediterranea. Corsari operanti dalle coste nordafricane catturavano equipaggi, passeggeri e abitanti delle coste europee; i prigionieri potevano essere venduti, impiegati nel lavoro, destinati alle galere oppure trattenuti in attesa del pagamento di un riscatto.

Bernard Capp ha ricostruito la sorte di migliaia di britannici e irlandesi catturati e ridotti in schiavitù nel Nord Africa fra il 1580 e il 1750. Il suo studio segue il percorso dalla cattura al mercato servile, dove le testimonianze degli ex schiavi descrivono umiliazioni e trattamenti deliberatamente degradanti. Si veda Bernard Capp, British Slaves and Barbary Corsairs, 1580–1750.

Gillian Weiss documenta un quadro ancora più vasto sul versante francese: tre secoli di incursioni corsare contro navi e coste francesi produssero la cattività di decine di migliaia di sudditi e cittadini francesi nel Nord Africa. Si veda Gillian Weiss, Captives and Corsairs: France and Slavery in the Early Modern Mediterranean.

Il 27 agosto 1816 una flotta anglo-olandese comandata dall’ammiraglio Lord Exmouth bombardò Algeri per ottenere, fra gli altri obiettivi, la liberazione dei cristiani ridotti in schiavitù e la cessazione della cattura di europei. Secondo il Royal Museums Greenwich, l’intervento portò alla liberazione di 1.083 schiavi cristiani e a un accordo con il governo di Algeri. La pratica non scomparve immediatamente, ma l’operazione testimonia la pressione militare europea contro quel sistema.

Manomissione non significa abolizionismo

Una delle confusioni centrali della moderna apologetica consiste nel trasformare l’incentivo alla liberazione di singoli schiavi in prova di un progetto diretto ad abolire l’intera istituzione. Sono due concetti differenti.

La manomissione libera uno schiavo; l’abolizionismo nega il diritto di possedere schiavi. Una società può premiare religiosamente l’affrancamento e continuare contemporaneamente a catturare, acquistare, vendere ed ereditare altri esseri umani.

Nel diritto islamico norme sull’affrancamento, mukātaba ed espiazioni convivevano con regole sull’acquisizione di nuovi schiavi, sui prigionieri di guerra, sulla compravendita e sul concubinaggio. L’uscita di singoli individui dal sistema non chiudeva le vie attraverso cui altri individui vi entravano. La disciplina islamica della proprietà servile documentata da Corano, Sunna e fiqh mostra precisamente questa convivenza.

L’abolizione non nasce dal fiqh classico

Il diritto islamico classico discusse in enorme dettaglio chi potesse essere schiavizzato, quali limiti gravassero sullo schiavo, come funzionassero proprietà e compravendita e quando un affrancamento fosse valido, obbligatorio o meritorio. Non formulò come principio generale l’illiceità del possesso di un essere umano.

Haroon Bashir pone precisamente questo problema in Slavery, Abolition, and Islam: Debating Freedom in the Islamic Tradition, Oxford University Press, 2025: se l’Islam fosse stato originariamente abolizionista, occorre spiegare perché per secoli studiosi musulmani abbiano continuato a permettere e regolamentare schiavitù e concubinaggio.

L’abolizionismo islamico sistematico appartiene alla modernità. Compare quando il pensiero musulmano deve confrontarsi con un ambiente politico e morale nel quale la proprietà servile è ormai sottoposta a una condanna crescente e alla pressione di un nuovo ordine internazionale.

La Royal Navy e la battaglia internazionale contro la tratta

L’abolizionismo occidentale non rimase confinato alle dichiarazioni di principio. Nel 1807 la Gran Bretagna abolì la tratta degli schiavi; nel 1833 approvò una legge che prevedeva la soppressione della schiavitù in gran parte del proprio impero. La Royal Navy divenne uno degli strumenti della repressione internazionale del traffico servile.

Tra il 1808 e il 1869 la West Africa Squadron, la squadra navale britannica impegnata lungo le coste dell’Africa occidentale, catturò oltre 1.600 navi negriere e contribuì alla liberazione di circa 150.000 africani, secondo i National Archives britannici.

La pressione abolizionista si tradusse anche in trattati, iniziative diplomatiche e operazioni navali contro la tratta in territori governati da sovrani musulmani, come documentano i casi della Tunisia e di Zanzibar. La campagna occidentale contro il commercio degli esseri umani ebbe così conseguenze molto oltre i confini europei.

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Tunisia: l’abolizione del 1846

La Tunisia fu il primo paese del mondo musulmano ad abolire ufficialmente la schiavitù nell’età moderna, con il decreto emanato da Aḥmad Bey nel 1846. Il provvedimento maturò però sotto una significativa pressione abolizionista occidentale, soprattutto britannica.

Il console britannico Sir Thomas Reade svolse un ruolo centrale nel processo, sollecitando il sovrano tunisino ad adottare misure contro la tratta e la schiavitù. Lo storico Ismael Musah Montana individua nella risposta politica dei governanti tunisini alla crescente pressione e influenza europea in Nord Africa la principale forza motrice dell’abolizione. La decisione del 1846 si inserisce dunque in un percorso profondamente segnato dall’iniziativa diplomatica occidentale.

Le pressioni britanniche si intensificarono anche in seguito al caso della Miltiades: nel dicembre 1841 una nave greca che trasportava quattordici africani schiavizzati da Tunisi a Costantinopoli fu fermata nelle Isole Ionie. L’episodio suscitò le proteste britanniche e un’inchiesta sul traffico mediterraneo di esseri umani. Si veda Ismael Musah Montana, The Abolition of Slavery in Ottoman Tunisia, introduzione.

L’abolizione richiese inoltre nuove argomentazioni giuridiche e religiose per superare la legittimazione della schiavitù nel diritto islamico classico. Più di dodici secoli dopo Maometto, la soppressione generale della schiavitù doveva ancora essere giustificata davanti alle autorità religiose. Il caso tunisino mostra così il peso dell’abolizionismo occidentale su una delle prime abolizioni del mondo musulmano moderno.

Fonti: UNESCO, “The Abolition of Slavery in Tunisia 1841–1846”; Ismael Musah Montana, The Abolition of Slavery in Ottoman Tunisia, University Press of Florida, 2013; Ismael Musah Montana, “Ahmad Bey’s 1846 Istiftāʾ”, Law and History Review, 2024 (pubblicato online nel 2023).

Impero ottomano: abolizione, diplomazia e pressione internazionale

Nel XIX secolo l’Impero ottomano introdusse progressivamente restrizioni contro determinate forme di commercio servile. Mercati furono chiusi e alcune tratte limitate. Nel 1857 vennero adottate misure contro il commercio degli schiavi africani nel contesto delle crescenti pressioni diplomatiche internazionali, soprattutto britanniche. Non si trattava tuttavia di un’abolizione generale della proprietà servile: la restrizione di determinate tratte conviveva ancora con il riconoscimento giuridico della schiavitù, che continuò a essere praticata nei territori ottomani. Cfr. Ceyda Karamursel, “Transplanted Slavery, Contested Freedom”.

Michael Ferguson ed Ehud R. Toledano dedicano al processo un capitolo specifico della Cambridge World History of Slavery: “Ottoman Slavery and Abolition in the Nineteenth Century”.

Ceyda Karamursel documenta il rapporto fra le misure ottomane contro la tratta, le iniziative locali e le pressioni diplomatiche internazionali, soprattutto britanniche. Si veda Ceyda Karamursel, “Fighting the Minor Evils”.

La regolamentazione e le limitazioni ottocentesche del commercio servile non costituivano ancora una generale abolizione della schiavitù, che il fiqh classico aveva continuato a riconoscere come lecita.

Zanzibar: mercato servile e abolizione nell’Africa orientale

Zanzibar divenne nel XIX secolo uno dei maggiori nodi del traffico servile dell’Africa orientale. La dinastia omanita governava un sistema commerciale nel quale la tratta e il lavoro degli schiavi erano strettamente legati all’economia dell’isola e alle reti dell’Oceano Indiano.

Incisione ottocentesca di un mercato di schiavi nell’Africa orientale
Mercato di schiavi nell’Africa orientale, incisione del XIX secolo. Le reti dell’Oceano Indiano e della costa swahili continuarono a rifornire i mercati servili ancora nell’Ottocento, con Zanzibar tra i principali centri della tratta.

 

Le persone non venivano soltanto catturate e trasportate: venivano valutate, comprate e vendute. Nel pieno XIX secolo Zanzibar rimaneva un centro fondamentale di questo sistema.

La Gran Bretagna esercitò pressioni diplomatiche e navali sul sultanato fino a ottenere nel 1873 un trattato che imponeva la cessazione dell’esportazione degli schiavi dalla costa africana e la chiusura dei mercati pubblici destinati alla compravendita degli schiavi importati. Non si trattava ancora dell’abolizione generale della proprietà servile.

Il decreto del 1890 vietò la compravendita di schiavi, ma stabilì espressamente che quelli già legalmente posseduti rimanessero presso i proprietari, senza cambiamenti del loro status. La soppressione del commercio non comportò quindi la liberazione degli esseri umani già ridotti in schiavitù. Il decreto è trascritto nello studio di Michelle Liebst, appendice I. L’abolizione della schiavitù a Zanzibar arrivò nel 1897.

Schiavi dell’Africa orientale liberati dalla HMS Daphne al largo di Zanzibar nel 1868
Persone schiavizzate dell’Africa orientale liberate da un dhow e portate a bordo della HMS Daphne nel 1868 durante le operazioni britanniche contro la tratta nell’area di Zanzibar. Fonte: The National Archives, FO 84/1310.

 

Golfo e Arabia: abolizioni nel XX secolo

La persistenza della schiavitù nella penisola arabica porta la cronologia molto vicino al presente. Il Qatar abolì formalmente la schiavitù nel 1952. Il decreto del sovrano ʿAlī bin ʿAbd Allāh Āl Thānī prevedeva anche compensazioni per i proprietari interessati dall’abolizione: la soppressione della proprietà servile fu accompagnata da indennizzi economici a chi aveva posseduto esseri umani.

Il documento è conservato nella Qatar Digital Library.

L’Arabia Saudita e lo Yemen abolirono legalmente la schiavitù nel 1962. Nel caso saudita, la stessa documentazione della King Saud Library riferisce che il provvedimento venne accelerato anche in seguito a una richiesta del presidente statunitense John F. Kennedy, nel contesto dei rapporti diplomatici fra Washington e Riad. Il decreto contemplava inoltre compensazioni economiche per chi liberava le persone possedute. Ancora negli anni Sessanta, l’abolizione della schiavitù nella patria dell’Islam si intrecciava quindi con la pressione diplomatica occidentale. In Oman l’abolizione formale arrivò nel 1970.

Quando l’umanità era già entrata nell’era spaziale, in alcune regioni della penisola arabica la fine legale della proprietà di esseri umani era ancora un evento recentissimo.

Mauritania: abolizione nel 1981 e criminalizzazione nel 2007

Il caso della Mauritania porta la vicenda ancora più avanti. La schiavitù era già stata formalmente abolita nel 1905 durante la dominazione coloniale francese, attraverso un decreto che applicava al territorio i principi della legislazione abolizionista francese del 1848. L’abolizione fu riaffermata dopo l’indipendenza, ma non comportò la scomparsa effettiva dell’istituzione. Lo documenta un rapporto delle Nazioni Unite sulla Mauritania. L’ordinanza n. 81-234 del 9 novembre 1981 dichiarò nuovamente abolita la schiavitù su tutto il territorio nazionale.

Il contesto è particolarmente significativo: il provvedimento fu adottato dopo la proclamazione della sharia nel 1980 e mirava anche a ottenere l’accettazione, da parte dei giuristi musulmani, delle norme positive sull’abolizione. L’ordinanza prevedeva inoltre la possibilità di compensare coloro che vantavano diritti sugli schiavi liberati; le norme attuative non furono poi emanate.

Soltanto nel 2007 una legge specifica trasformò la schiavitù e le pratiche assimilabili in reati penali. Nel 2015 furono adottate ulteriori norme penali contro la schiavitù e istituiti tribunali specializzati per questi reati, a conferma delle difficoltà nel contrastare concretamente la pratica. Cfr. Nazioni Unite, documentazione sul quadro legislativo mauritano.

Il caso mauritano mostra quanto potesse essere profondo il problema del passaggio da una tradizione che aveva riconosciuto la proprietà servile a un ordinamento moderno che la vietava universalmente.

La costruzione moderna del “gradualismo coranico”

La moderna apologetica sostiene spesso che l’Islam avrebbe avviato fin dall’origine un processo destinato a eliminare lentamente la schiavitù attraverso l’incentivo all’affrancamento. La difficoltà fondamentale di questa tesi è la cronologia.

Haroon Bashir dedica un intero capitolo del suo studio Oxford del 2025 alla formazione del “Quranic gradualism” in Muḥammad ʿAbduh e Rashīd Riḍā. Siamo fra XIX e XX secolo, precisamente nell’epoca in cui il pensiero musulmano deve riconciliare la propria tradizione con un principio abolizionista ormai affermato.

Per secoli le norme sull’affrancamento erano state interpretate all’interno di un sistema che continuava a consentire proprietà servile, compravendita, concubinaggio e acquisizione di nuovi schiavi. Solo nell’età dell’abolizione quelle norme vengono trasformate retroattivamente nelle tappe di un presunto programma volto fin dall’origine a far scomparire l’intera istituzione.

La reinterpretazione moderna non modifica ciò che i giuristi classici avevano ricavato dalle stesse fonti né cancella la storia successiva. Il gradualismo abolizionista è una lettura moderna dell’Islam, non la descrizione del funzionamento storico del diritto islamico per oltre un millennio.

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«Anche cristiani ed europei avevano schiavi»

L’obiezione secondo cui «anche cristiani ed europei avevano schiavi» non risponde alla questione storica. Guerre, conquiste e schiavitù attraversarono civiltà di tutti i continenti; nel mondo islamico, tuttavia, la proprietà servile fu riconosciuta e disciplinata dal diritto religioso classico per oltre un millennio.

Il confronto storico non dovrebbe fermarsi a chi abbia praticato la schiavitù. Deve considerare anche chi abbia contribuito a trasformarne l’abolizione in un obiettivo politico internazionale.

Il movimento abolizionista sviluppatosi in Occidente, e in particolare l’azione britannica dell’Ottocento, esercitarono un’influenza decisiva sul contrasto internazionale alla tratta. Flotte, trattati e pressioni diplomatiche contribuirono alla repressione del commercio servile anche nei territori governati da sovrani musulmani.

La storia della schiavitù non si esaurisce dunque nell’elenco delle civiltà che la praticarono. Comprende anche la storia di chi lottò concretamente per abolirla e impedire che continuasse.

Schiavitù nell’Islam: ciò che la storia impedisce di riscrivere

La storia della schiavitù nell’Islam è troppo lunga, vasta e documentata per essere trasformata nella leggenda di una graduale abolizione avviata da Maometto. Dall’alto Medioevo all’età contemporanea uomini, donne e bambini furono catturati, acquistati, venduti e trasferiti attraverso Sahara, Mediterraneo, Mar Rosso, Oceano Indiano, Caucaso, Europa orientale e Asia centrale verso società musulmane.

Gli Ṣaqāliba europei alimentarono i mercati medievali; milioni di persone vissero e morirono in condizione servile nell’Africa musulmana; nell’Ottocento i jihad della savana produssero nuove masse di schiavi; l’Impero ottomano importò milioni di persone dall’Europa orientale, dal Mediterraneo, dal Caucaso e dall’Africa; bambini cristiani furono prelevati attraverso il devşirme; donne furono acquistate come domestiche e concubine; ragazzi furono castrati per essere venduti come eunuchi; Zanzibar rimase un grande centro servile in pieno XIX secolo.

Al centro di ogni forma di questo sistema rimaneva la proprietà di un essere umano su un altro. La condizione servile consentiva separazioni familiari, compravendita, sfruttamento sessuale, mutilazioni e lavoro forzato: conseguenze documentate lungo secoli di storia delle società musulmane.

Le grandi abolizioni appartengono all’età moderna e contemporanea: Tunisia nel 1846, riforme ottomane nell’Ottocento, Zanzibar alla fine del secolo, Qatar nel 1952, Arabia Saudita e Yemen nel 1962, Oman nel 1970, Mauritania nel 1981.

La sequenza storica è quindi opposta a quella proposta dall’apologetica del “gradualismo”: non fu il diritto islamico classico a condurre spontaneamente il mondo musulmano verso l’abolizione; fu l’affermazione moderna dell’abolizionismo a costringere Stati, giuristi e pensatori musulmani a confrontarsi con un’istituzione che Corano, Sunna e fiqh avevano riconosciuto come lecita.

L’abolizione della schiavitù in numerosi Stati musulmani non può essere raccontata separatamente dall’affermazione internazionale dell’abolizionismo occidentale. Dalla pressione britannica sulla Tunisia alle operazioni navali contro i mercati servili dell’Africa orientale, dagli interventi europei contro la schiavitù barbaresca alle iniziative diplomatiche americane del Novecento, questa trasformazione fu anche il risultato di una pressione politica e morale proveniente dall’esterno, esercitata contro istituzioni che il diritto islamico classico aveva riconosciuto per secoli.

Le reinterpretazioni moderne hanno reso possibile conciliare l’Islam contemporaneo con l’abolizione. Non possono però modificare retroattivamente la storia. I testi rimangono, il diritto classico rimane documentato e rimangono secoli di conquiste, mercati, compravendita, concubinaggio e proprietà servile.

Per il fondamento coranico, gli hadith, la condotta attribuita a Maometto e la disciplina giuridica classica si veda Islam e schiavitù: cosa dicono Corano, Sunna e fiqh.

Fonti storiche e studi accademici

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