I versetti satanici del Corano: quando Maometto lodò le dee pagane

I versetti satanici del Corano riguardano uno degli episodi più destabilizzanti conservati dalla tradizione islamica antica: durante la recitazione della Sura 53, Maometto avrebbe pronunciato parole favorevoli alle dee pagane della Mecca; quelle parole sarebbero state successivamente eliminate e attribuite a un’interferenza di Satana.

Pochi episodi delle origini islamiche sono diventati altrettanto famosi in Occidente. Il nome richiama soprattutto il romanzo I versi satanici di Salman Rushdie, pubblicato nel 1988, e la campagna di intimidazione e violenza che seguì: la fatwa con cui l’ayatollah Khomeini invocò la morte dello scrittore, la taglia, l’assassinio del traduttore giapponese Hitoshi Igarashi, l’accoltellamento del traduttore italiano Ettore Capriolo, il ferimento dell’editore norvegese William Nygaard e, nel 2022, il gravissimo attentato contro lo stesso Rushdie.

Non fu una normale controversia letteraria. Fu una dimostrazione concreta di ciò che può accadere quando la sacralità islamica pretende di imporre i propri divieti anche a chi musulmano non è. La vicenda appartiene al più ampio conflitto tra libertà di espressione e pretesa religiosa di sottrarre Maometto alla critica, affrontato anche nell’articolo Criticare Maometto: che cosa accadeva ai suoi oppositori.

Il romanzo di Rushdie, tuttavia, non inventò l’episodio che gli dà il titolo. La storia delle gharānīq, le cosiddette “sublimi gru”, appartiene alla letteratura islamica antica. Compare in racconti biografici, storici ed esegetici musulmani, viene trasmessa da autori come al-Ṭabarī e Ibn Saʿd e fu collegata da numerosi interpreti a Corano 22:52.

La domanda corretta, quindi, non è perché un romanziere occidentale abbia fabbricato uno scandalo contro l’Islam. La domanda è perché una parte ampia e antica della memoria musulmana abbia attribuito a Maometto parole favorevoli alle divinità pagane, prima che quelle stesse parole venissero ritirate e dichiarate sataniche.

I versetti satanici del Corano e la Sura 53

La vicenda è collegata alla Sura 53, al-Najm, “La Stella”. Il Corano nomina tre divinità femminili venerate nell’Arabia preislamica:

19. Avete considerato al-Lāt e al-ʿUzzā,
20. e Manāt, la terza, l’altra?

(Corano 53:19-20)

Il testo canonico passa immediatamente alla condanna:

21. A voi il maschio e a Lui la femmina?
22. Sarebbe allora una divisione iniqua.
23. Non sono che nomi che voi e i vostri padri avete dato, per i quali Allah non ha fatto scendere alcuna autorità. Essi non seguono che congetture e ciò che desiderano gli animi, benché sia giunta loro la guida del loro Signore.

(Corano 53:21-23)

Nella versione canonica oggi recitata non esiste alcuna concessione al paganesimo: al-Lāt, al-ʿUzzā e Manāt vengono ridotte a nomi privi di autorità divina.

Secondo un gruppo di tradizioni islamiche antiche, tuttavia, durante una recitazione pubblica Maometto avrebbe inserito tra i versetti 20 e 21 due frasi che attribuivano alle dee una funzione positiva. Tali parole sarebbero state accolte con entusiasmo dai Coreisciti e successivamente eliminate dalla recitazione definitiva.

L’episodio incide direttamente sulla pretesa che il Corano sia disceso attraverso un processo perfettamente lineare, immune da errori e interferenze. Per comprendere quanto la formazione del testo coranico sia meno semplice della rappresentazione confessionale, si veda anche Chi ha scritto il Corano? Genesi umana del testo islamico.

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Le “sublimi gharānīq”

Le formule attribuite a Maometto sono trasmesse con alcune varianti. Una delle rese più note è:

Queste sono le sublimi gharānīq, e la loro intercessione è certamente sperata.

La parola araba gharānīq è rara e discussa. È stata resa con “gru sublimi”, “esseri elevati”, “figure eccelse” o espressioni analoghe. Il valore preciso dell’immagine non modifica il contenuto essenziale della frase: alle tre dee pagane veniva riconosciuta una capacità di intercessione.

Non si trattava necessariamente di collocarle sullo stesso piano di Allah. Il compromesso poteva assumere una forma gerarchica: Allah come divinità suprema e, sotto di lui, le figure sacre tradizionali della Mecca come intermediarie.

Una simile formula sarebbe stata politicamente utile. Avrebbe permesso ai Coreisciti di accettare l’innalzamento di Allah senza rinunciare completamente ai culti intorno ai quali si organizzavano tradizione, prestigio tribale e interessi religiosi della Mecca.

Ma per il monoteismo islamico consolidatosi successivamente sarebbe comunque stato shirk: associazione ad Allah di altre potenze sacre. L’episodio non riguarda pertanto una sfumatura marginale, bensì una temporanea concessione proprio a ciò che l’Islam avrebbe poi presentato come il più grave dei peccati religiosi.

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Chi erano al-Lāt, al-ʿUzzā e Manāt?

Al-Lāt, al-ʿUzzā e Manāt erano divinità femminili del paganesimo arabo. Erano legate a culti, santuari e comunità differenti, ma appartenevano al paesaggio religioso contro il quale la predicazione coranica definì progressivamente la propria identità.

La loro presenza nel Corano dimostra che l’Islam non nacque in uno spazio religioso vuoto. Si sviluppò in un ambiente nel quale Allah era già conosciuto, ma conviveva con altri esseri sacri, idoli, intercessori, santuari e tradizioni tribali.

La nascita dell’Islam non può quindi essere descritta come l’irruzione improvvisa di un monoteismo già perfettamente formato dentro un paganesimo indistinto. Fu un processo storico attraversato da controversie, adattamenti, rotture e consolidamenti, come emerge anche nell’analisi sulle origini storiche dell’Islam.

Riconoscere una funzione di intercessione alle tre dee avrebbe attenuato la frattura con i Coreisciti. La predicazione di Maometto sarebbe diventata meno distruttiva per il sistema religioso meccano e più facilmente accettabile dall’aristocrazia locale.

La tradizione dei versetti satanici presenta dunque una coincidenza difficile da ignorare: Maometto desidera la riconciliazione con il proprio popolo, pronuncia parole che rendono possibile quella riconciliazione e le ritira quando vengono dichiarate estranee alla rivelazione.

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Il dossier trasmesso da al-Ṭabarī

La testimonianza più famosa si trova nella Storia di Muḥammad ibn Jarīr al-Ṭabarī, storico ed esegeta musulmano vissuto tra l’839 e il 923. Nel volume VI della traduzione inglese, Muhammad at Mecca, al-Ṭabarī conserva più versioni dell’episodio alle pagine dedicate alla fase meccana della predicazione.

Al-Ṭabarī non era un polemista cristiano, un orientalista ottocentesco o un critico contemporaneo dell’Islam. È uno dei più autorevoli storici ed esegeti della civiltà islamica. Il suo Tafsīr e la sua grande cronaca hanno avuto un’enorme influenza sulla ricostruzione musulmana delle origini.

Al-Ṭabarī raccoglie materiali precedenti e presenta differenti tradizioni con le relative catene di trasmissione. Il valore principale del suo dossier è proprio questo: documenta la presenza dell’episodio nella memoria storica ed esegetica musulmana prima che il consolidamento dell’ortodossia lo rendesse incompatibile con la biografia teologicamente accettabile di Maometto.

Il volume può essere consultato in The History of al-Ṭabarī, vol. VI, Muhammad at Mecca.

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La voce diretta di al-Ṭabarī

La narrazione conservata da al-Ṭabarī non si limita a una vaga allusione a un errore profetico. Descrive una sequenza precisa: il desiderio di riconciliazione, la recitazione della Sura 53, l’inserzione attribuita a Satana, la soddisfazione dei pagani, la prosternazione collettiva e la successiva correzione di Gabriele.

«Allora fu rivelata al Profeta la Sura della Stella. Egli si recò alla moschea, dov’erano riuniti i Coreisciti, e la recitò. Arrivato al versetto: “Che pensate voi di al-Lāt, di ʿUzzā e di Manāt, l’altra terza?”, venne Iblīs e gli mise in bocca queste parole: “E queste sono le dee sublimi e l’intercessione loro è augurabile certo”.

Gli infedeli furono molto felici di quelle parole, e dissero: “È accaduto a Maometto di lodare i nostri idoli, e di dirne bene”. Il Profeta concluse la sura, poi si prosternò, e gli infedeli si prosternarono con lui, per via delle parole che aveva pronunciato, credendo che avesse lodato i loro idoli.

L’indomani Gabriele venne a trovare il Profeta e gli disse: “O Maometto, recitami la Sura della Stella”. Quando Maometto ne ripeté le parole, Gabriele gli disse: “Non è così che te l’ho trasmessa; l’hai cambiata, e hai messo delle altre cose al posto di quello che ti avevo detto”.»

Il cuore del racconto non è ambiguo. Parole favorevoli alle dee vengono pronunciate dalla voce di Maometto durante una recitazione coranica; i pagani le comprendono come un riconoscimento delle proprie divinità; soltanto in seguito Gabriele dichiara che quelle frasi non appartenevano alla rivelazione.

La narrazione prosegue collegando l’accaduto al versetto secondo cui nessun messaggero o profeta fu inviato senza che Satana gettasse qualcosa nel suo atto profetico, mentre Allah eliminava l’interferenza.

Non si tratta quindi di un semplice errore di pronuncia. Il dossier riunisce elementi molto più compromettenti:

  • un desiderio personale e politico di riconciliazione;
  • una recitazione pubblica presentata con autorità profetica;
  • parole favorevoli agli idoli;
  • la soddisfazione immediata dei pagani;
  • una prosternazione collettiva;
  • una successiva correzione angelica;
  • l’attribuzione a Satana delle parole ritirate.

La spiegazione religiosa tenta di salvare il risultato finale: Allah avrebbe cancellato l’errore. Non salva però l’affidabilità del momento profetico nel quale quelle parole furono pronunciate, accolte e comprese come rivelazione.

La vicenda mostra anche perché la biografia di Maometto non possa essere letta come un racconto neutrale, già completo e immutabile. Il problema della costruzione progressiva dell’immagine profetica riguarda anche la rappresentazione di Maometto come modello perfetto da imitare.

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La versione conservata da Ibn Saʿd

L’episodio non dipende soltanto da al-Ṭabarī. Una versione compare anche nel Kitāb al-Ṭabaqāt al-Kabīr di Ibn Saʿd, morto nell’845, autore di una delle più antiche grandi raccolte biografiche islamiche sopravvissute.

Nel racconto trasmesso da Ibn Saʿd, Maometto soffre per l’opposizione del proprio popolo e desidera che Allah non gli riveli nulla di sgradito ai Coreisciti. Si avvicina alla loro assemblea presso la Kaʿba e recita la Sura 53.

Quando giunge ai nomi di al-Lāt, al-ʿUzzā e Manāt, Satana gli fa pronunciare le frasi che esaltano gli idoli e ne dichiarano sperata l’intercessione. Maometto prosegue, si prostra e i presenti si prosternano insieme a lui.

La reazione pagana chiarisce la funzione delle parole: i Coreisciti si dichiarano soddisfatti perché Maometto avrebbe riconosciuto che le loro dee potevano intercedere presso Allah.

In seguito Gabriele corregge Maometto. Il Profeta comprende di avere attribuito ad Allah ciò che Allah non aveva detto.

La traduzione inglese dell’opera contiene anche una nota critica sulla trasmissione, perché i primi narratori indicati non sarebbero Compagni di Maometto. Questa riserva riguarda la valutazione dell’isnād; non cancella il dato storico-letterario che qui conta: la storia circolava nella biografia musulmana antica in una forma completa, riconoscibile e indipendente dalla polemica occidentale moderna.

L’edizione inglese è consultabile in Ibn Saʿd, Kitāb al-Ṭabaqāt al-Kabīr, volumi I-II.

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Ibn Isḥāq, Ibn Hishām e la selezione della memoria islamica

La più antica grande biografia di Maometto viene attribuita a Ibn Isḥāq, morto intorno al 767. La sua opera originaria non ci è giunta integralmente e in forma indipendente. La conosciamo soprattutto attraverso la redazione di Ibn Hishām e attraverso materiali conservati da altri autori, tra cui al-Ṭabarī.

Ibn Hishām dichiara apertamente di avere selezionato il materiale ricevuto. Omette racconti estranei alla biografia, poesie che considera non autentiche, notizie non accettate dal proprio trasmettitore e materiali che avrebbero potuto offendere o turbare determinate persone.

Non possiamo identificare automaticamente ogni omissione con l’episodio delle gharānīq. Possiamo però escludere l’idea ingenua che la sīra sopravvissuta sia una registrazione completa, neutrale e non filtrata della memoria su Maometto.

La trasmissione della biografia profetica fu anche un processo editoriale: conservazione, scelta, esclusione e adattamento. La versione divenuta canonica non coincide necessariamente con tutto ciò che circolava nelle generazioni precedenti.

Il fatto che al-Ṭabarī conservi tradizioni assenti dalla redazione di Ibn Hishām mostra che materiali compromettenti potevano sopravvivere in alcuni rami della memoria islamica e scomparire in altri.

La costruzione dell’immagine di Maometto accompagna anche il passaggio dalla debole comunità meccana al potere politico e militare di Medina, analizzato nell’articolo sulla Hijra di Maometto.

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La prosternazione dei pagani attestata da Ṣaḥīḥ al-Bukhārī

Una componente centrale del racconto è la prosternazione collettiva al termine della Sura 53. Secondo le tradizioni delle gharānīq, i pagani si prostrarono perché avevano appena ascoltato un riconoscimento delle proprie divinità.

È significativo che l’episodio esterno della prosternazione non compaia soltanto nelle cronache contestate. È attestato anche in Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, sebbene senza una spiegazione esplicita della causa:

Ibn ʿAbbās riferì che il Profeta si prostrò durante la recitazione di al-Najm e con lui si prostrarono i musulmani, i pagani, i jinn e gli uomini.

(Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 1071)

L’hadith conferma la prosternazione dei politeisti durante la recitazione della Sura 53, ma non ne indica il motivo. Le tradizioni dei versetti satanici forniscono una spiegazione immediata di un comportamento altrimenti sorprendente: i Coreisciti credevano di avere appena ottenuto il riconoscimento dell’intercessione delle loro figure sacre.

Le stesse tradizioni collegano l’accaduto alla notizia, giunta agli emigrati musulmani in Abissinia, che i Coreisciti si fossero riconciliati con Maometto. Alcuni avrebbero quindi deciso di tornare alla Mecca, scoprendo che l’accordo era già svanito.

La convergenza tra cronache, sīra, esegesi e hadith non dimostra ogni particolare della narrazione, ma rende insufficiente liquidare l’intero dossier come favola isolata e priva di qualsiasi radicamento nella memoria islamica.

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Corano 22:52 e l’interferenza di Satana

Il versetto più importante per comprendere la cornice teologica dell’episodio è Corano 22:52:

«Non inviammo prima di te nessun messaggero né profeta senza che, quando recitava, Satana gettasse qualcosa nella sua recitazione. Ma Allah cancella ciò che Satana getta; poi Allah conferma i Suoi segni. Allah è sapiente, saggio.»

(Corano 22:52)

Le traduzioni variano perché i termini arabi tamannā e umniyyatihi possono essere interpretati in rapporto alla recitazione, all’espressione di un desiderio o a un’aspirazione.

Alcune versioni moderne introducono l’idea che Satana abbia interferito esclusivamente con la comprensione degli ascoltatori. Il testo arabo, però, non dice esplicitamente “Satana alterò la comprensione della gente”. Questa precisazione viene aggiunta interpretativamente per allontanare l’interferenza dalla recitazione del profeta.

Numerose traduzioni più letterali parlano invece di qualcosa che Satana “getta” mentre il profeta recita o parla e che Allah successivamente “abroga”, “cancella” o “annulla”. Il confronto tra diverse traduzioni è disponibile nel Quranic Arabic Corpus.

Il versetto non nomina le dee né riporta la formula delle gharānīq. L’associazione con l’episodio non è però un’invenzione della polemica moderna: nasce nell’esegesi islamica antica, che utilizzò proprio Corano 22:52 per spiegare come le parole sataniche potessero essere state pronunciate e poi cancellate.

Il testo afferma comunque qualcosa di teologicamente delicato: Satana può gettare qualcosa nell’atto di un messaggero o di un profeta, dopo di che Allah interviene per eliminarlo.

La cancellazione finale non elimina l’interferenza precedente. La presuppone.

Corano 22:52 si inserisce inoltre nel più ampio problema delle correzioni e sostituzioni interne alla rivelazione, approfondito in I conflitti tra le fonti islamiche e l’istituto dell’abrogazione e nell’articolo sui versetti coranici considerati abrogati.

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Che cosa dimostra il dossier

Nessuna fonte contemporanea del VII secolo consente di ricostruire parola per parola l’intero episodio. Lo stesso limite riguarda gran parte della biografia tradizionale di Maometto: le narrazioni sopravvissute vennero raccolte e organizzate nelle generazioni successive, attraverso catene di trasmissione, varianti e selezioni editoriali.

Non è quindi possibile presentare ogni dettaglio di al-Ṭabarī o Ibn Saʿd come se fosse un verbale redatto sul momento. Questa precisazione metodologica non assolve l’Islam e non neutralizza il dossier. Stabilisce soltanto il livello corretto delle conclusioni.

Possiamo affermare con sicurezza che:

  • la storia non fu inventata da Salman Rushdie;
  • non nacque dalla polemica cristiana o occidentale moderna;
  • circolò in diversi rami della tradizione islamica antica;
  • venne attribuita a numerosi trasmettitori e autorità delle prime generazioni;
  • fu collegata da esegeti musulmani a Corano 22:52;
  • si accorda con il ricordo canonico della prosternazione dei pagani durante la Sura 53;
  • fu accettata da numerosi musulmani prima di essere respinta come incompatibile con una dottrina più rigida dell’infallibilità profetica.

La storicità di ogni particolare può essere discussa. L’esistenza, l’antichità e la diffusione del problema dentro la tradizione islamica non possono invece essere cancellate pronunciando semplicemente la parola “inautentico”.

Lo stesso rigore deve essere applicato all’intera biografia di Maometto. Non è metodologicamente accettabile trattare le fonti tarde come affidabili quando glorificano il Profeta e come irrilevanti quando ne conservano episodi compromettenti.

Il problema della selezione apologetica delle fonti ricompare anche nel modo in cui vengono difese l’inimitabilità del Corano e la sua presunta perfezione letteraria e storica.

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Il criterio dell’imbarazzo: utile, ma non decisivo

Diversi studiosi favorevoli alla plausibilità storica dell’episodio hanno utilizzato il cosiddetto criterio dell’imbarazzo: perché dei musulmani avrebbero dovuto inventare una storia tanto dannosa per Maometto e per la dottrina della rivelazione?

L’argomento ha una forza evidente. Una tradizione che rappresenta il Profeta mentre pronuncia parole sataniche non sembra concepita per esaltarne l’autorità.

Non costituisce tuttavia una prova automatica. I primi musulmani che trasmisero il racconto potevano non percepirlo come scandaloso nello stesso modo dell’ortodossia successiva. Potevano leggerlo come una dimostrazione della protezione finale di Allah: Satana tenta di interferire, ma Dio cancella la falsità e preserva definitivamente il proprio messaggio.

Questa spiegazione limita l’uso ingenuo del criterio dell’imbarazzo, ma non offre alcun vantaggio sostanziale all’apologetica moderna.

Che alcuni primi musulmani considerassero il racconto compatibile con la fede significa che potevano ammettere che Maometto avesse pronunciato pubblicamente parole provenienti da Satana e che gli ascoltatori le avessero ricevute come rivelazione divina.

La successiva correzione attribuita ad Allah non cancella la vulnerabilità del canale profetico. La conferma: senza un errore da eliminare, non sarebbe necessaria alcuna cancellazione.

L’imbarazzo crebbe insieme alla dottrina dell’infallibilità profetica. Quando l’immagine di Maometto divenne più rigida e normativa, il racconto cessò di essere presentabile come prova della protezione finale di Allah e cominciò ad apparire come una minaccia intollerabile.

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Shahab Ahmed: i versetti satanici prima dell’ortodossia

Lo studio più ampio dedicato alla storia della ricezione musulmana dell’episodio è Before Orthodoxy: The Satanic Verses in Early Islam di Shahab Ahmed.

Ahmed non si limita a osservare che al-Ṭabarī racconta la storia. Esamina sistematicamente le tradizioni, le varianti, i trasmettitori, le catene e gli atteggiamenti assunti dai musulmani nei primi secoli.

La sua ricostruzione smentisce frontalmente la rappresentazione apologetica contemporanea. Oggi l’episodio viene respinto quasi universalmente come falso e incompatibile con l’Islam. Tra i primi musulmani, invece, fu ampiamente considerato un avvenimento appartenente alla vita del Profeta.

Il dossier coinvolge tradizioni attribuite o collegate a figure quali Muḥammad ibn Kaʿb al-Quraẓī, ʿUrwa ibn al-Zubayr, al-Zuhrī, Abū al-ʿĀliya, al-Suddī, Qatāda, Muqātil ibn Sulaymān, Mujāhid, Ibn ʿAbbās, Saʿīd ibn Jubayr, ʿIkrima e al-Ḥasan al-Baṣrī.

Non tutte le trasmissioni hanno lo stesso valore e non tutte sono indipendenti. Il loro numero e la loro diffusione rendono però insostenibile la risposta secondo cui un narratore isolato avrebbe inventato tutto e i nemici moderni dell’Islam avrebbero successivamente trasformato la menzogna in propaganda.

Il processo ricostruito da Ahmed può essere riassunto così:

  1. l’episodio circola nella memoria islamica antica;
  2. viene accettato come fatto della vita di Maometto;
  3. la correzione divina viene usata per salvaguardare il risultato finale della rivelazione;
  4. si consolida una concezione più rigida dell’impeccabilità profetica;
  5. la storia diventa incompatibile con la nuova costruzione teologica;
  6. le sue catene e i suoi trasmettitori vengono progressivamente screditati.

La tradizione dell’episodio è attestata prima che l’ortodossia islamica consolidasse una dottrina dell’infallibilità profetica incompatibile con essa.

Non siamo quindi davanti a una storia respinta uniformemente fin dall’inizio. Siamo davanti alla trasformazione di ciò che i musulmani ritenevano possibile raccontare sul proprio Profeta.

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Le principali risposte dell’apologetica islamica

«Tutte le catene di trasmissione sono deboli»

La prima risposta sostiene che nessuna versione disponga di una catena continua e autentica secondo i criteri più severi della scienza degli hadith.

L’obiezione può essere rilevante per chi intenda classificare il racconto come ḥadīth ṣaḥīḥ. Non basta però a cancellarne il valore come tradizione storica antica.

Le opere di sīra, cronaca e tafsīr non operano sempre secondo gli stessi criteri delle raccolte canoniche. Una parte consistente della biografia tradizionale di Maometto dipende da materiali che non soddisferebbero le condizioni applicate da Bukhārī e Muslim.

Se si accettassero soltanto le narrazioni biografiche dotate delle catene più rigorose, intere sezioni della vita tradizionale di Maometto dovrebbero essere eliminate. Applicare tale severità esclusivamente agli episodi imbarazzanti e continuare a utilizzare le stesse fonti per ogni racconto edificante è selezione apologetica, non coerenza metodologica.

«Corano 22:52 parla soltanto dei desideri dei profeti»

Una seconda risposta interpreta tamannā come “desiderò”: Satana avrebbe ostacolato le aspirazioni del profeta, non introdotto parole nella sua recitazione.

La possibilità lessicale esiste. Non elimina però il dato storico ed esegetico: numerosi interpreti musulmani antichi collegarono il versetto proprio a un’inserzione avvenuta durante la recitazione.

La lettura rassicurante è una delle interpretazioni possibili; non può essere presentata come se fosse l’unico significato evidente del testo e come se l’associazione con i versetti satanici fosse stata inventata da studiosi ostili all’Islam.

«Satana confuse soltanto gli ascoltatori»

Alcune traduzioni moderne spostano l’interferenza dalla bocca del Profeta alla comprensione della folla. Maometto non avrebbe pronunciato nulla di estraneo alla rivelazione: sarebbero stati gli ascoltatori a fraintendere.

Il testo arabo, però, non dichiara esplicitamente che Satana intervenne “nella comprensione della gente”. Questa precisazione viene aggiunta per proteggere il Profeta.

L’interpretazione non nasce da una formulazione inequivocabile del versetto, ma dall’esigenza teologica di impedire che Satana possa aver contaminato, anche temporaneamente, la recitazione muhammadiana.

«Allah protesse comunque il Corano definitivo»

È la risposta più coerente con il racconto antico: Satana riuscì a intervenire temporaneamente, ma Allah cancellò il falso e confermò il vero.

Questa difesa salva, nella prospettiva confessionale, soltanto la versione finale del testo. Non salva l’infallibilità della recitazione nel momento in cui Maometto la pronunciava.

Ammette infatti che:

  • parole non divine furono pronunciate dal Profeta;
  • vennero ascoltate come rivelazione;
  • produssero conseguenze religiose e politiche;
  • furono riconosciute come false soltanto dopo una comunicazione successiva.

La correzione non dimostra che il canale profetico fosse invulnerabile. Dimostra che, secondo il racconto, dovette essere riparato.

«Il racconto contraddice la protezione promessa da Allah»

Questa obiezione parte dalla dottrina successiva per decidere quali fonti possano essere vere: poiché Maometto deve essere protetto dall’errore nella rivelazione, ogni tradizione che racconti un errore deve essere falsa.

È un ragionamento circolare. La dottrina viene assunta come premessa e poi utilizzata per eliminare tutte le prove che potrebbero metterla in discussione.

Non è la documentazione a determinare la conclusione. È la conclusione teologica prestabilita a selezionare la documentazione ammissibile.

Un meccanismo simile ricorre quando la stessa fonte islamica viene considerata affidabile per gli episodi favorevoli e improvvisamente inattendibile per quelli che compromettono la rappresentazione ideale di Maometto. Il problema dell’uso selettivo delle traduzioni e delle fonti è affrontato anche in “Non puoi criticare l’Islam se non conosci l’arabo”.

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Una rivelazione perfetta che deve essere corretta?

L’episodio colpisce il centro della pretesa islamica. Il Corano viene presentato come parola divina perfetta, custodita e trasmessa attraverso un messaggero affidabile. La tradizione delle gharānīq racconta invece un momento nel quale:

  • Maometto desidera una riconciliazione con il proprio popolo;
  • pronuncia parole favorevoli alle divinità di quel popolo;
  • gli ascoltatori le ricevono come parte della rivelazione;
  • le parole producono l’effetto politico desiderato;
  • soltanto in seguito vengono dichiarate estranee ad Allah;
  • l’errore viene attribuito a Satana e cancellato.

La spiegazione religiosa trasferisce la responsabilità dal desiderio umano all’interferenza satanica, ma non riduce il problema. Lo rende ancora più grave.

Se Maometto pronunciò quelle parole perché desiderava un compromesso, la rivelazione appare condizionata dalla politica e dalle sue aspirazioni personali.

Se le pronunciò perché Satana riuscì a inserirle nella sua recitazione, il canale profetico appare vulnerabile all’interferenza di Satana.

Se il racconto fu costruito da musulmani antichi per interpretare Corano 22:52, resta da spiegare perché la prima memoria islamica abbia ritenuto plausibile attribuire a Maometto un episodio tanto incompatibile con l’immagine del Profeta infallibile.

Qualunque spiegazione si scelga, la rappresentazione di una rivelazione lineare, trasparente e incontaminata ne esce danneggiata.

La domanda fondamentale non è se Allah avrebbe poi corretto l’errore. La domanda è come gli ascoltatori avrebbero potuto riconoscerlo prima della correzione.

Durante la prima recitazione, le parole attribuite a Satana avevano:

  • la stessa voce di Maometto;
  • la stessa forma di recitazione;
  • la stessa autorità profetica;
  • lo stesso contesto delle parole attribuite ad Allah.

Se una rivelazione falsa diventa riconoscibile soltanto dopo che il Profeta la ritratta, il criterio di autenticità non è contenuto nel messaggio. Dipende dalla successiva dichiarazione dello stesso uomo che aveva pronunciato entrambe le versioni.

La vicenda si collega direttamente alle tensioni interne del testo esaminate in Le contraddizioni del Corano, alla sua formazione affrontata in Chi ha scritto il Corano? e alle difficoltà strutturali analizzate in Zone d’ombra del testo coranico: una struttura disordinata.

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Nessuna alternativa salva la narrazione islamica

Il dossier lascia aperte diverse ricostruzioni storiche. Nessuna conserva intatta l’immagine apologetica della rivelazione.

Se l’episodio è sostanzialmente storico

Maometto pronunciò pubblicamente parole favorevoli agli idoli, gli ascoltatori le ricevettero come rivelazione e soltanto in seguito esse vennero ritirate e attribuite a Satana.

Il Profeta avrebbe quindi trasmesso come parola divina ciò che parola divina non era.

Se si trattò di opportunismo politico

Le parole rispecchiavano il desiderio di raggiungere un compromesso con i Coreisciti. La rivelazione apparirebbe allora permeabile alle esigenze politiche di Maometto e successivamente corretta quando quel compromesso divenne teologicamente insostenibile.

La spiegazione satanica trasformerebbe una ritrattazione politica in un episodio soprannaturale.

Se Maometto fu ingannato da Satana

Il problema diventa ancora più diretto: Satana riuscì a utilizzare la voce del Profeta per far accettare parole pagane come rivelazione.

Allah avrebbe ripristinato successivamente il messaggio corretto, ma la protezione sarebbe intervenuta dopo la contaminazione, non prima.

Se il racconto non è storico

Una parte importante della tradizione islamica antica costruì, accolse e trasmise una storia nella quale Maometto poteva pronunciare parole sataniche senza cessare di essere considerato profeta.

Questo smentisce comunque la rappresentazione di un’ortodossia uniforme e immutabile fin dalle origini.

Se il racconto nacque per spiegare Corano 22:52

Il versetto risultava abbastanza problematico da generare una narrazione nella quale Satana interferisce concretamente con la recitazione di Maometto.

La storia sarebbe allora una costruzione esegetica interna all’Islam, non una calunnia esterna. E confermerebbe che i primi interpreti trovavano naturale leggere il versetto come riferimento a una vera intrusione satanica nell’esperienza profetica.

Le alternative cambiano la forma del problema, non lo eliminano. Costringono a scegliere tra:

  • opportunismo umano;
  • vulnerabilità satanica della profezia;
  • ritrattazione trasformata in rivelazione;
  • costruzione instabile della memoria islamica;
  • interpretazione antica del Corano successivamente respinta dall’ortodossia.

Nessuna di queste possibilità corrisponde alla versione levigata di un Corano disceso attraverso un processo incontaminato e immediatamente riconoscibile come parola di Allah.

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Conclusione: le parole di Satana nella memoria islamica

I cosiddetti versetti satanici del Corano non fanno parte del testo canonico oggi recitato dai musulmani. Appartengono però alla memoria islamica antica della formazione e della trasmissione di quel testo.

La loro importanza non dipende dalla possibilità di ricostruire con certezza ogni sillaba pronunciata alla Mecca. Dipende da una documentazione molto più solida:

  • la storia circolò nella prima letteratura musulmana;
  • venne conservata da importanti autori islamici;
  • fu trasmessa attraverso numerose linee e varianti;
  • venne collegata a una prosternazione dei pagani attestata anche da Bukhārī;
  • fu spiegata attraverso Corano 22:52;
  • venne accettata da numerosi primi musulmani;
  • fu progressivamente respinta quando una dottrina più rigida dell’infallibilità rese Maometto incompatibile con un simile errore.

L’apologetica moderna tenta spesso di chiudere il caso definendo tutte le narrazioni “deboli”. Ma una classificazione confessionale consolidatasi successivamente non cancella la storia della tradizione. Mostra il modo in cui l’ortodossia ha imparato a difendersi dai propri materiali più pericolosi.

Se l’episodio conserva un nucleo storico, Maometto pronunciò parole favorevoli agli idoli e le ritirò dopo averle presentate con l’autorità della rivelazione.

Se non conserva alcun nucleo storico, numerosi musulmani delle prime generazioni ritennero comunque possibile che il loro Profeta fosse stato temporaneamente ingannato da Satana.

Se nacque come spiegazione di Corano 22:52, furono gli stessi esegeti musulmani a comprendere il versetto come ammissione di un’interferenza satanica nella recitazione profetica.

In ogni caso cade la rappresentazione apologetica di una tradizione uniforme, limpida e immutabile fin dall’inizio.

Prima che si consolidasse una dottrina dell’infallibilità profetica incompatibile con l’episodio, una parte importante della memoria islamica poteva conservare un Maometto che pronunciava parole attribuite a Satana e aveva bisogno che Allah le cancellasse.

Non è una calunnia inventata da Salman Rushdie, dagli orientalisti o dai critici contemporanei dell’Islam. È una frattura nata dentro le fonti musulmane. Ed è precisamente questa origine interna a renderla ancora oggi tanto intollerabile.

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Fonti e riferimenti essenziali

3 commenti

  1. Complimenti, bravi e coraggiosi. Spero che il vostro materiale informativo si possa diffondere fra i musulmani in modo massiccio e raggiungere più persone possibile, fra quelli che vivono in Occidente come fra quelli che stanno in paesi islamici. E che possa dare un contributo decisivo a riformare alle radici, o anche a far scoppiare come una bolla d’aria una religione medievale, violenta e pericolosa, che non può essere accettata dal resto del mondo nella sua forma attuale e nei secoli a venire. Se ci riuscirete, eviterete molte violenze, da una parte e dall’altra.

  2. Domanda
    Sieste sicuri che l’essere di luce che Maometto vide (e solo lui senza testimoni) fosse Gabriele e non Lucifero?
    Infatti 1) mi sembrano troppi vantaggi personali 2) gli altri profeti facevano miracoli in pubblico, lui non ne ha fatti ( sebbene dovesse essere il più importante dei profeti , il siggillo) e le rivelazioni erano senza testimoni ( poteva inventare ciò che voleva) in più altri profeti sono risorti (Gesù) o saliti al cielo in carne e ossa (Gesù Elia , Mosè ) lui morto normale
    Anche il dichiarare che a lui non era stato concesso il dono dei miracoli sembra una dichiarazione di convenienza, così non doveva farne o dimostrare nulla

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