La donna dei Banu Qurayza e la pena per chi insulta Maometto

Una donna dei Banu Qurayza viene condotta alla decapitazione mentre Maometto fa mettere a morte gli uomini della sua tribù. Nel racconto di Aisha, conservato in Sunan Abi Dawud 2671, la donna sa che sarà uccisa e accenna a un fatto che ha commesso, senza specificarlo. Le fonti successive danno spiegazioni diverse: nella Sira di Ibn Hisham la donna viene identificata con colei che avrebbe ucciso Khallad ibn Suwayd gettandogli addosso una macina; al-Khattabi riporta invece che avrebbe insultato Maometto e da questa lettura ricava una prescrizione esplicita: l’obbligo di uccidere chi compie quell’atto.

La causa precisa di quella singola esecuzione non può quindi essere presentata come certa. Ciò che le fonti permettono invece di documentare senza ambiguità è che l’insulto a Maometto venne interpretato come una colpa per la quale la morte poteva essere considerata obbligatoria. Al-Khattabi lo afferma esplicitamente, richiama la posizione di Malik e riferisce che nell’Andalusia islamica principi e giudici applicavano quella regola. Inoltre, nella stessa raccolta di Abu Dawud compare un altro episodio nel quale una donna viene uccisa dichiaratamente perché insultava Maometto e l’autore dell’uccisione viene esentato dalla rappresaglia.

La donna dei Banu Qurayza nel racconto di Aisha

In Sunan Abi Dawud 2671, Aisha racconta che una sola donna dei Banu Qurayza venne uccisa. Prima dell’esecuzione era con lei, conversava e rideva mentre gli uomini della sua tribù venivano messi a morte. Quando qualcuno la chiamò per nome, Aisha le domandò che cosa avesse fatto. La risposta fu:

«Un fatto che ho commesso».

La donna venne quindi portata via e decapitata. Aisha conclude ricordando il proprio stupore perché continuava a ridere pur sapendo che sarebbe stata uccisa. L’hadith è classificato hasan da al-Albani secondo i criteri interni di valutazione della trasmissione.

L’espressione araba hadath ahdathtuhu indica un fatto o un atto commesso. Il racconto non specifica quale fosse. Abu Dawud 2671, preso da solo, non dice che la donna fosse stata condannata per avere insultato Maometto. È nelle spiegazioni successive che vengono attribuiti contenuti diversi a quel hadath.

Ibn Hisham: la macina gettata su Khallad

Nella Sira di Ibn Hisham, che conserva e rielabora il materiale della Sira di Ibn Ishaq, al racconto viene aggiunta una precisa identificazione:

«Era colei che aveva gettato la macina su Khallad ibn Suwayd, uccidendolo».

Questa spiegazione collega quindi l’esecuzione della donna all’uccisione di Khallad ibn Suwayd. La stessa identificazione viene ripresa anche da autori successivi nella ricostruzione della vicenda dei Banu Qurayza.

Questa fonte impedisce di affermare come fatto certo che la donna dei Banu Qurayza sia stata decapitata perché aveva insultato Maometto. Esiste una tradizione islamica che attribuisce la sua morte a un’azione violenta ben precisa.

Ma non è l’unica interpretazione trasmessa.

Al-Khattabi: «Si dice che avesse insultato il Profeta»

Nel Ma’alim al-Sunan, il suo commento a Sunan Abi Dawud, al-Khattabi offre una spiegazione differente del hadath:

«Si dice che avesse insultato il Profeta».

La formula «si dice» è importante: al-Khattabi non presenta il motivo come un dato certo. Ma immediatamente dopo trasforma questa spiegazione in una conclusione normativa:

«In ciò vi è indicazione dell’obbligo di uccidere chi fa questo».

Il passaggio è netto: dall’ipotesi che l’atto commesso dalla donna fosse un insulto a Maometto viene ricavato l’obbligo di uccidere chi compie la stessa azione.

È necessario mantenere distinti i due livelli. Sul piano della ricostruzione storica, al-Khattabi introduce la causa dell’esecuzione con una formula dubitativa. Sul piano giuridico, invece, la conclusione non è formulata come una semplice possibilità: utilizza esplicitamente il concetto di wujub, obbligatorietà.

Al-Khattabi richiama Malik e la pratica dell’Andalusia islamica

Il commento non termina con quella frase. Al-Khattabi aggiunge che da Malik viene riferita una posizione ancora più severa nei confronti di chi insulta Maometto: secondo quanto egli riporta, Malik non riconosceva il pentimento di chi avesse insultato il profeta.

Al-Khattabi passa poi dalla dottrina alla prassi. Scrive di essere stato informato da alcuni uomini di conoscenza dell’Andalusia che questa regola era applicata tra loro e che principi e giudici giudicavano in questo modo chi insultava Maometto.

La testimonianza diventa ancora più significativa quando racconta il caso dei prigionieri romani detenuti nei territori musulmani. Secondo al-Khattabi, alcuni di loro, dopo una lunga prigionia e desiderando morire, insultavano pubblicamente Maometto perché sapevano quale conseguenza avrebbe prodotto il gesto: venivano quindi uccisi.

Al-Khattabi aggiunge che nell’Andalusia e nelle regioni del Maghreb prevaleva la scuola di Malik.

Il suo commento, quindi, non descrive soltanto un’interpretazione teorica di un antico episodio: presenta la pena per l’insulto come una regola giuridica attribuita a Malik e come una pratica che, secondo le informazioni ricevute dall’autore, veniva effettivamente applicata da autorità politiche e giudiziarie.

Abu Dawud 4361: qui il motivo dell’uccisione è esplicito

Esiste inoltre un altro racconto nella stessa raccolta di Abu Dawud che rende impossibile ridurre l’intero problema alla sola interpretazione controversa dell’episodio dei Banu Qurayza.

Sunan Abi Dawud 4361 compare nel capitolo significativamente intitolato «Il giudizio riguardo a chi insulta il Profeta».

Il racconto, attribuito a Ibn Abbas, parla di un uomo cieco che aveva una umm walad, una schiava che gli aveva dato dei figli. La donna insultava e denigrava ripetutamente Maometto. L’uomo le aveva ordinato di smettere e l’aveva rimproverata, ma lei continuava.

Una notte la donna tornò a insultare Maometto. L’uomo prese un pugnale, glielo conficcò nell’addome e la uccise.

Quando Maometto venne informato dell’accaduto, convocò la gente. L’uomo si presentò e spiegò apertamente ciò che aveva fatto e il motivo: la donna continuava a insultare e denigrare Maometto nonostante i suoi ripetuti tentativi di fermarla.

Secondo il racconto, Maometto dichiarò allora che per il sangue della donna non era dovuta rappresaglia.

L’hadith è classificato sahih da al-Albani.

Qui non esiste il problema interpretativo presente in Abu Dawud 2671. La causa dichiarata dell’uccisione è precisamente l’insulto rivolto a Maometto, e dopo la confessione dell’autore dell’omicidio il racconto conclude escludendo la rappresaglia per la morte della donna.

Due episodi diversi, un problema molto più chiaro

È quindi necessario evitare una semplificazione che finirebbe per indebolire la critica.

Non possiamo affermare con certezza che la donna dei Banu Qurayza sia stata decapitata perché aveva insultato Maometto. Il testo di Aisha non specifica il fatto; Ibn Hisham lo identifica con l’uccisione di Khallad mediante una macina; al-Khattabi riferisce invece che si diceva avesse insultato il profeta.

Ma l’incertezza sulla causa di quella singola esecuzione non elimina affatto il problema della pena per l’insulto. Al contrario, le altre fonti lo rendono molto più difficile da eludere.

Al-Khattabi utilizza espressamente la versione dell’insulto per affermare l’«obbligo di uccidere» chi lo commette. Richiama una posizione attribuita a Malik. Riferisce che autorità politiche e giudiziarie dell’Andalusia applicavano quella regola. E Abu Dawud conserva separatamente un racconto nel quale una donna viene uccisa dichiaratamente per avere insultato Maometto e l’autore dell’uccisione viene sottratto alla rappresaglia.

Dall’offesa a Maometto alla legittimazione dell’uccisione

Il dato più grave non dipende quindi dal tentativo di stabilire a ogni costo per quale motivo preciso sia stata decapitata la donna dei Banu Qurayza.

Il dato documentato è che una parte della tradizione islamica ha trasformato l’offesa a Maometto in una questione di vita o di morte.

Al-Khattabi non si limita a raccontare che qualcuno avrebbe ucciso una persona che aveva insultato il profeta. Scrive che nell’episodio vi è la prova dell’obbligo di uccidere chi compie quell’atto. E non presenta questa conclusione come una speculazione isolata: la collega a Malik e a una prassi giudiziaria che afferma essere applicata nell’Andalusia islamica.

Abu Dawud 4361 aggiunge un precedente ancora più diretto: una donna insulta Maometto, viene uccisa per questo motivo e, nella narrazione, il suo sangue viene dichiarato privo di rappresaglia.

Sul motivo preciso dell’esecuzione della donna dei Banu Qurayza esistono spiegazioni differenti; sulla possibilità di considerare l’insulto a Maometto una colpa meritevole di morte, invece, le fonti islamiche qui esaminate parlano con molta maggiore chiarezza.

Dopo avere distinto correttamente hadith, Sira, commento e applicazione giuridica, resta un dato preciso: l’onore del profeta viene elevato a un valore per il quale la soppressione dell’offensore può essere presentata non soltanto come lecita, ma come obbligatoria.

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